Descrizione della mostra

LA MOSTRA

Facendo perno sulla pala di Anton Domenico Gabbiani oggi al Museo Civico, proveniente dalla chiesa benedettina di Santa Maria degli Angeli di Sala, commissionata all’artista nel 1709 ma consegnata solo nell’agosto del 1719, la mostra curata da Riccardo Spinelli – che rappresenta uno degli eventi più importanti di PISTOIA CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA 2017 – dà conto dell’importante ‘innesto’ della cultura tardo-barocca fiorentina e romana a Pistoia, rappresentato dalla chiesa dell’antico monastero benedettino. L’edificio costituisce ancora oggi uno dei più interessanti esempi di interno settecentesco organicamente concepito, decorato fra il 1709 e il 1719 con affreschi, stucchi, sculture, dipinti dei più insigni artefici fiorentini, raccomandati per questa impresa dal Gran Principe Ferdinando de’ Medici.
Oltre al capolavoro del Gabbiani, ad un’altra tela del Museo Civico sempre proveniente dalla chiesa di Sala, opera del napoletano Jacopo Del Po, e ad altri materiali collegati al complesso pistoiese e alla sua storia (ricevute autografe degli artisti, memorie, cronache, studi grafici preparatori, incisioni, in prestito da Archivio di Stato di Firenze, Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi), la mostra espone per la prima volta al pubblico – restaurate per l’occasione – altre due pale già sugli altari della chiesa delle benedettine, rimaste in proprietà delle religiose, conservate nella clausura del nuovo monastero per oltre un secolo e pertanto pressoché

inedite: la Nascita della Vergine (1712) del fiorentino Alessandro Gherardini, autore anche dei tre scomparti affrescati nel soffitto della chiesa, e l’Annunciazione (1710-1716) di Benedetto Luti, anch’egli fiorentino ma attivo prevalentemente a Roma.
Sede dell’esposizione, al terzo e ultimo piano del trecentesco Palazzo Comunale, è il grande salone del Museo Civico, dove la pittura fiorentina del Seicento e del Settecento è ampiamente rappresentata da opere significative dei suoi principali interpreti, attivi nello stesso tempo per molte chiese pistoiesi, in un periodo in cui l’egemonia della città granducale si espresse anche attraverso l’emulazione del gusto artistico dominante da parte delle famiglie committenti locali. Attraverso la ricostruzione puntuale del contesto originario delle opere (la chiesa di Santa Maria degli Angeli, attualmente sede della banda comunale, è visitabile eccezionalmente nel periodo della mostra), il progetto espositivo costituisce così anche l’occasione per riallacciare, nel caso specifico, quel legame col territorio su cui si fonda il carattere della raccolta d’arte antica della prima e maggiore istituzione museale cittadina, suggerendo connessioni in grado di abbattere idealmente le mura che tengono separato il museo dal territorio e di promuovere la conoscenza di un patrimonio diffuso, cui intende contribuire anche la particolare attenzione riservata all’esperienza educativa e formativa, con opportunità di visita e occasioni di approfondimento sulle arti figurative a Pistoia nel Settecento.

VICENDE SECENTESCHE DEL MONASTERO DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI ‘DI SALA’ E DELLA SUA CHIESA

Dopo un lungo e accurato restauro, il 25 settembre 1712, veniva aperta al pubblico e restituita alla cittadinanza la chiesa esterna del monastero di Santa Maria degli Angeli di Sala. I lavori, iniziati tre anni prima, avevano interessato il totale rifacimento di parte del monastero e della chiesa, la cui struttura, edificata nel 1583/84, aveva iniziato a dare seri cenni di cedimento già pochi anni dopo, nella prima metà del Seicento.
In occasione dei numerosi interventi strutturali documentati in quel periodo – i più significativi dei quali si registrarono nell’ottavo decennio del XVII secolo – arrivò da Roma, per uno degli altari laterali della chiesa esterna, anche la prima opera moderna destinata a rinnovarla radicalmente, vale a dire la pala con la “Madonna della scodellina” dipinta dal romano, ma napoletano di carriera, Jacopo Del Po.

La bella tela, raffigurante il Riposo durante la fuga in Egitto, risulta ispirata fedelmente alla celebre ‘Madonna delle ciliegie’ di Federico Barocci, databile tra il 1570 e il ’73, e ricorda vagamente, nella posa seduta di Maria, l’iconografia della ‘Madonna dell’Umiltà’ particolarmente venerata a Pistoia. Quale sia stato l’approccio del giovane pittore, poco più che venticinquenne, all’originale di Barocci – forse attraverso la bella incisione di Cornelis Cort, edita nel 1575 -, nella versione realizzata per Pistoia l’artista, pur nel sostanziale rispetto del modello, inserì alcune significative varianti e personali interpretazioni.
In questo progressivo avvicinamento al grande cantiere d’inizio Settecento – che porterà al rinnovamento integrale della chiesa delle benedettine – si colloca anche la commissione, al fiorentino Pietro Dandini, di una imponente Annunciazione, per il nuovo altar maggiore della chiesa, realizzato su disegno dell’artista carrarese Alessandro Bergamini. La pala verrà realizzata nel 1684 e collocata sull’altare tre anni dopo.

IL GRANDE CANTIERE D’INIZIO SETTECENTO

La costruzione del nuovo altar maggiore, con la sistemazione del dipinto di Dandini, dovette rendere ancora più evidente la disomogeneità stilistica della parete principale della chiesa, tanto che nel luglio del 1704 se ne decise il rinnovamento, incaricando lo scultore Andrea Vaccà della fattura delle due nicchie marmoree laterali all’altare, su disegno dell’architetto granducale Giovan Battista Foggini, e della realizzazione delle statue di San Benedetto e di Santa Scolastica, santi patroni dell’ordine benedettino, da sistemare al loro interno.
Ma fu probabilmente grazie alla visita al monastero della Gran Principessa Violante di Toscana, il primo giugno 1708, se Anton Domenico Gabbiani, “pittore insigne fiorentino”, varcò la clausura benedettina su comando del Gran Principe Ferdinando il 26 luglio del 1709, al fine di valutare le condizioni della chiesa. Il mese successivo il Foggini, nel frattempo incaricato dell’intero progetto decorativo, era già a Pistoia per mostrare i progetti alle religiose e prendere accordi per l’inizio dei lavori.
L’aprirsi del nuovo anno vide una significativa accelerazione degli interventi che interessarono sia la struttura che il suo arredo pittorico. Nel febbraio, ad esempio, le monache corrispondevano al Gabbiani un anticipo per la fattura di una delle pale per gli altari laterali in costruzione, che il pittore consegnerà però molti anni dopo. Il 29 maggio di quello stesso anno anche il Foggini tornava nuovamente a Pistoia, approvando nell’occasione il modellino in scala d’una Gloria del Padre Eterno e angeli che lo stuccatore Giuseppe Broccetti aveva predisposto per il fastigio dell’altare maggiore.
Questi stucchi completavano degnamente la struttura progettata dal Bergamini per la quale, il 25 ottobre 1710, le monache decidevano di commissionare una nuova pala, questa volta richiesta a un toscano attivo prevalentemente a Roma, il fiorentino Benedetto Luti che, al pari del Gabbiani, avuto l’incarico e un congruo anticipo, consegnerà l’opera, un’Annunciazione, solo molti anni più tardi, nell’ottobre del 1716.
Nel frattempo, i lavori procedevano celermente e, tra il dicembre del 1710 e il marzo dell’anno successivo, anche il Broccetti finiva il lavoro in chiesa, mentre Giovan Battista Ciceri, l’altro stuccatore incaricato dal Foggini del decoro plastico dell’aula sacra, terminava nel maggio l’ornamentazione della volta e degli altari.
L’8 giugno di quell’anno, tuttavia, il Gabbiani con una lettera “diretta alla reverenda madre abbadessa” revocava l’incarico dell’affrescatura della chiesa, come stabilito in un primo tempo, “per non potere avere a dipingere prontamente come richiedeva” il bisogno delle monache “per aver altri impegni di pittura, dalli quali non aveva potuto disimpegnarsi”. Nonostante tale rinuncia, è probabile che Anton Domenico avesse già pensato a come decorare la volta, nella fattispecie lo scomparto centrale: un disegno

preparatorio del pittore presenta infatti un soggetto, San Benedetto presentato dalla Vergine alla Trinità e santi, e un’incorniciatura sagomata identici a quelli poi effettivamente realizzati nel ‘cielo’ della chiesa. In ogni caso le benedettine, incassato il disimpegno del fiorentino, non si perdettero d’animo e, poco dopo, mettevano sotto contratto il suo sostituto, il “celebre pittore di Bologna” Domenico Maria Viani. Purtroppo l’artista, molto apprezzato al tempo, avendo iniziato l’opera e condotto “quasi a perfetione” tre figure in uno degli scomparti previsti dal progetto della volta, decedeva il 2 ottobre del 1711.
Fu perciò il terzo pittore individuato dalle benedettine, il grande frescante fiorentino Alessandro Gherardini, a portare finalmente a termine i lavori di decorazione della chiesa: il 20 settembre 1712 l’artista ‘staccava’ infatti il pennello e consegnava alle monache i tre scomparti affrescati nella “soffitta” della chiesa e la tela ordinatagli un anno prima.
Il 1712 segnò dunque la fine di tutti i principali interventi decorativi: il 25 settembre di quell’anno, dopo tre anni di lavori, la chiesa veniva infatti aperta alla presenza delle autorità cittadine e del popolo e l’anno successivo, il 18 luglio, anche le monache lasciavano la clausura e vi si recavano ad ammirarne i decori.
Il 24 agosto del 1719, dieci anni dopo l’affidamento dell’incarico ad Anton Domenico Gabbiani, anche l’ultima pala d’altare commissionata dalle religiose giungeva infine a Pistoia: in quel giorno l’artista consegnava la sua Presentazione di Gesù al Tempio, subito collocata sull’altare di competenza. Studiata in un bel disegno preparatorio, quadrettato dal pittore per il riporto su tela – disegno appartenuto a Ignazio Enrico Hugford, allievo del Gabbiani, e da questi fatto incidere nella celebre Raccolta di Cento Pensieri del maestro edita nel 1762 – l’opera, capolavoro della fase matura dell’autore, venne elaborata con particolare cura, come attesta una probabile seconda prova grafica.
Nell’agosto del 1719, dunque, l’arredo artistico della chiesa trovava finalmente completamento e la collocazione dei dipinti e delle sculture allora decisa dalle benedettine è rimasta inalterata fino alla soppressione del complesso, avvenuta nel 1866, e il conseguente trasferimento delle monache nel nuovo convento nel 1889.
Così arredata, la chiesa, la più moderna e fastosa della Pistoia del tempo, vedeva infine la realizzazione della facciata sulla strada, sempre su disegno del Foggini, a partire dall’ottobre del 1726. Non risultano studi preparatori specifici elaborati per questo intervento che sappiamo predisposti con certezza. Tuttavia, una serie di soluzioni ornamentali adottate in chiesa si qualificano come peculiari del lessico decorativo del Foggini e ritornano anche in alcuni suoi studi del cosiddetto Giornale, vero e proprio taccuino d’appunti e progetti grafici compilato dal grande scultore e architetto tra il 1713 e il 1717 circa.